Nomadion Legends

1-11 Catene


...cercando di svelare i segreti del Dedalo, scopriranno misteri ben più oscuri.
Misteri celati nel buio che ognuno custodisce nel profondo della propria anima…


SESSIONE 14/15: IL MOSTRODENTRO
Dopo l’ennesimo assalto da parte degli Asho Stein propone al gruppo di trovare un modo per rendere pubblico agli altri clan il fatto che Shakko sta tentando di assassinarli senza indire alcuna sfida, come vorrebbero le leggi ilok.
Il gruppo è d’accordo con l’idea, ma vogliono prima finire ciò che hanno iniziato, e utilizzare la zattera per scoprire cosa cela l’isola al centro del lago della grotta est.
Il viaggio in zattera sembra tranquillo, finché il pressapochistico vascello non inizia a perdere pezzi. A complicare la situazione si aggiunge alla scena un immane essere tentacolare che affiora dalle acque e tenta di pasteggiare con i naufraghi. Fortunatamente, Shar riesce a disorientare il mostro scivolando su un suo tentacolo e raggiungendo i suoi occhi, per poi creare su di essi un globo fumoso di oscurità che permette al gruppo di raggiungere le sponde dell’isola.
L’isoletta è coperta da una lussureggiante giungletta sotterranea. Divengono immediatamente evidenti agli occhi del gruppo le tracce di uno o più cubi gelatinosi che si muovono in questo ambiente, e capiscono che, probabilmente, questi esseri possono lasciare e tornare sull’isola slittando sul pelo dell’acqua del lago.
Seguendo le tracce gelatinose giungono infine ad un rozzo pozzo. Illuminando il suo interno, capiscono che un cubo traslucido e quasi invisibile attende solo che qualcuno si cali per cibarsene. Shar allora tira verso di esso qualche ampolla delle sue misture alchemiche esplosive, e se alcune feriscono la creatura, altre sembrano attraversare il suo corpo ed esplodere sul fondo del pozzo, almeno 60 metri più in basso.
Il cubo inizia a fischiare, e dei morti viventi si ergono da sotto il terreno, assalendo i cercatori. La lotta è dura, i morti viventi non sembrano volerli uccidere, ma cercano solo di afferrarli per alzarli da terra e gettarli nel pozzo dove il cubo li attende per fagocitarli. Dimitrov viene gettato nel buco, e il cubo inizia a digerirlo. Solo l’intervento degli altri cercatori permette di salvarlo, sopratutto grazie ad un incantesimo messo in opera da Stein che costringe il cubo a uscire dal pozzo.
Ma il peggio doveva ancora venire. Appena fatto appezzi l’essere gelatinoso, un rumore inquietante fuoriesce dal pozzo, e dopo pochi istanti una roboante massa di oscurità fuoriesce dallo stesso iniziando a fagocitare i cercatori. Shar, terrorizzato, riconosce nell’essere un Oscurità Vivente, un esperimento fallito del suo popolo che, miscelando magie oscure a corpi di melme (come i cubi gelatinosi) aveva creato queste incontrollabili macchine di distruzione.
L’Oscurità Vivente fagocità uno dopo l’altro i cercatori, finché non restano altri che Shar, Doh’Kar’Than e Dimitrov, costretti ad una lotta impari. Fotunatamente il Kasshak riesce a tenere occupata l’attenzione del mostro per un tempo abbastanza lungo da permettere a Shar di svelare l’unico punto vitale dell’essere, posto al centro della sua massa. Con un affondo deciso, l’assassino colpisce il cuore della creatura costringendola a sciogliersi e a liberare i suoi compagni.
I cercatori si rendono allora contro che l’assalto del mostro è stato troppo per il corpo malmesso di Stein, la quale non si rialza. Halsifon si dispera al grembo della madre, quando, con estremo orrore di tutti, dal cadavere del bardo si inizia ad alzare un tetro fumo nero violaceo. L’esalazione prende la forma di un grosso teschio dalle vuote orbite, e tutti, nella propria mente, iniziano a sentire una voce roca e lamentosa che dice “Voglio essere libero!”. Nel mentre, una forza invisibile prende al collo i presenti alzandoli in aria e strangolandoli lentamente. Doh’Kar’Than, grazie ai suoi studi di negromanzia, riconosce nell’esalazione fumosa un’emanazione dell’antico dio Cartic, una divinità che morì per mano di altri dei molti eoni orsono. Le leggende sul dio parlano di come lui ed i suoi discepoli regnassero sui non morti, ma bramassero costantemente l’energia dei viventi per sostenere i propri poteri. Il nimoine suggerisce allora che qualcuno dovrebbe tentare di donare parte della propria forza vitale per sedare l’emanazione, prima che essa strangoli tutti i presenti. Halsifon compie allora il sacrificio per sedare il mostro uscito da sua madre, e l’essere di fumo si ritira nel corpo di Stein riportandola in vita.
Tutti restano inorriditi e spaventati dal pericolo che capiscono di correre viaggiando con il bardo, mentre Halsifon sente che una parte di se stesso è stata portata via dall’ospite di sua madre.
Dal canto suo, la musicista non sa minimamente spiegare l’accaduto, anche ha il sospetto che alcuni eventi del suo passato potrebbero spiegare l’accaduto. Ciononostante, Stein spiega di non voler parlare di queste storie finché c’è il pericolo che Shakko li ascolti tramite la maledizione posta sugli altri.
Il gruppo si riposa dopo i terribili eventi.

Dopo un lauto pasto, e qualche ora di sono, gli avventurieri iniziano a cercare un modo per discendere il pozzo. Scoprono che sulle pareti del pozzo vi sono fori e, sporadicamente, dei marci pioli di legno che un tempo dovevano servire alla discesa. Con la vegetazione circostante creano dei nuovi pioli e riescono a installarli nei fori per raggiungere la base del pozzo.
Nelle profondità del pozzo, i cercatori, restano esterrefatti scoprendo che la tavola d’argilla che avevano rinvenuto altro non era che l’amo di una trappola messa in atto dalla stessa Oscurità Vivente e diffusa dai cubi gelatinosi. Trovano infatti molteplici copie della tavola d’argilla, in linguaggi differenti, e persino con indizi del tutto diversi ma che avrebbero comunque portato il lettore a cercare il pozzo, e quindi a finire in pasto al mostro.
Shar rinviene poi un cubo di nero metallo parzialmente sciolto (probabilmente dalle bombe alchemiche che aveva tirato il giorno prima), e spiega che l’oggetto, ormai inerme, altro non è che uno degli antichi artifici magici costruiti dai duhul per creare l’Oscurità Vivente. Fortunatamente l’oggetto sembra rotto e non più capace di ricreare il terribile e intelligente predatore.
Nella grotta trovano i resti di molti malcapitati, e riescono a recuperare qualche utile equipaggiamento. Trovano inoltre il diario di una spedizione archeologica vergato in miridio. Il diario spiega come alcuni archeologi erano giunti al pozzo sulle tracce di un inestimabile tesoro ivi sotterrato dal paladino ohot Gomerth dopo le crociate contro gli Zeb (probabilmente proprio il cubo metallico). Nel diario il gruppo rinviene anche molti utili rituali, e proprio uno di questi, scopre Stein, potrebbe riportarli sulle sponde del lago, rendendoli capaci di camminare sull’acqua.
Dimitrov annuncia di rinunciare a tutto quello che hanno rinvenuto durante le loro ultime fatiche, egli pensa infatti di essersi macchiato di vergogna verso il suo grande dio Veshn durante l’ultimo combattimento.
Mentre Stein passa la giornata a imparare il rituale, gli altri riposano.

Quando Stein ha finalmente appreso i segreti del rituale per camminare sulle acque, si rende conto quanto complesso sia la sua esecuzione, e sopratutto, capisce che potrà influenzare una sola persona alla volta con ogni esecuzione dello stesso. Per tale motivo reputa più intelligente insegnare il rituale anche ad Halsifon per poi poterlo eseguire insieme su più individui, per poi farli viaggiare in coppia.
Passano varie ore, nelle quali i due ritualisti continuano i loro studi e gli altri cercatori si riposano e foraggiano qualche provvista sull’isoletta, ora estremamente tranquilla.

Riescono finalmente a superare il lago indenni, e tornano sulle sponde della grotta.
A questo punto decidono di seguire il precedente consiglio di Stein, e si incamminano verso i clan ilok per rendere pubblico il fatto che Shakko tenta continuamente di ucciderli, andando così contro alle leggi delle Cisterne.
Giungono alle porte del villaggio Aggarak e spiegano all’anziano Seku la situazione. Egli dice loro di non poter credere a delle accuse senza prove, ma assicura che se porteranno delle prove per dimostrare quel che dicono, il clan Aggarak costringerà il capo degli Asho a seguire la legge dei loro padri.
I cercatori ricordano che gli Aggarak, a dire di Zarza, producono un ottimo miele di cui il drago è ghiotto. Decidono quindi di scambiare alcune gemme che hanno rinvenuto durante il loro errare con grossi vasi di miele con cui omaggiare il drago.
Raggiungono il tempio di Zarza sulle sponde del suo lago, e qui gli fanno dono del miele. Egli, entusiasta per la ricca abbuffata di leccornia, decide di donare a tutti il titolo di “Cavalieri del Drago delle Cisterne”, spiegando loro che tale titolo li mette al di sopra di molti individui delle Cisterne (almeno per quanto riguarda le opinioni di Zarza), e sicuramente, li colloca al di sopra del suo viscido sacerdote, Abbarok del clan Jukkila. Dona quindi loro delle scaglie grigio-nere con la forma di una zanna, simbolo della loro investitura a cavalieri.
Parlando con Zarza di alcune loro scoperte riguardanti l’alchimista Morclar, i cercatori riescono a scoprire che la cisterna nascosta del sistema idrico-alchemico dei laghi si trova proprio in fondo al lago di Zarza. Stein e Doh’Kar’Than, che non hanno problemi nel respirare sott’acqua, si fanno accompagnare dal drago verso la cisterna nascosta. La struttura si trova adagiata su una pedana mobile tra le tre colonne del lago, molto vicine tra loro. E’ ancorata ad essa da delle catene sorrette da grandi anelli che girano intorno ogni colonna. Di per se la cisterna alchemica altro non è che un grosso calderone fissato con un congegno meccanico alla pedana. Dentro di essa si trova un semi-solido trasparente di colore azzurro-verde, che non si miscela con l’acqua del lago. Imprigionato nel liquido si trova lo scheletro di un malcapitato trafitto da frecce e lance di origine Jukkila. Doh’Kar’Than nota che il cadavere veste dei guanti e tiene stretto degli oggetti che non hanno risentito del passare degli anni, e sopra i guanti riconosce lo stesso simbolo del mantello che hanno ritrovato nelle Dimore del Silenzio, il simbolo dell’alchimista Arkhan. Capiscono così di aver trovato il cadavere di Morclar, ma se non capiranno come portare in superficie la struttura non potranno indagare oltre.
Tornati in superficie, i cercatori salutano il goloso drago per dirigersi dall’infame Abbarok, forti della loro nuova posizione.
Giungono nella grotta Okayk dove vivono i Jukkila. Quando incontrano Abbarok sfoggiando il loro titolo di cavalieri del suo dio-drago, il melenso sacerdote si sottomette loro trattandoli da grandi eroi.

A: Stein e Halsifon prendono da parte il capo ilok e gli spiegano la situazione concernente la maledizione posta da Shakko sugli altri del gruppo. Abbarok porta loro un suo sottoposto debitamente vestito e mascherato. Spiega che se non faranno riconoscere l’identità dell’ilok, e verranno attaccati dagli _Asho, la parola dell’uomo-lucertola azzurro basterà per mettere nei guai l’infame Shakko_

Tornati dal gruppo, Halsifon spiega agli altri, tramite i suoi poteri telepatici per non essere ascoltato da Shakko, il piano del capo Jukkila, anche Dimmu non gli presta particolare attenzione.
Abbarok dona ai cavalieri alcuni oggetti che i suoi avi avevano sottratto, a suo dire, ad uno sgradito viaggiatore delle Cisterne. Oltre ad alcuni fogli di diario che riportano scritti dei codici alchemici simili a quelli presenti sulle colonne, il capo ilok dona loro una splendida armatura recante il simbolo di Arkhan. I cercatori capiscono che l’armatura fu probabilmente sottratta a suo tempo al povero Morclar, ucciso dagli avi degli attuali Jukkila.
I simboli magici sull’armatura risplendono magicamente quando avvicinata al mantello che ora indossa Stein, e, leggendo i fogli di diario che Abbarok gli ha portato, capiscono che probabilmente, Morclar era in possesso di vari pezzi di questa tenuta magica, la quale, se riunita, potrebbe rivelare grandi poteri, oltre a valere una vera fortuna.
I cercatori decidono di dirigersi verso Akkuay, la grotta est delle Cisterne, territorio degli Asho. Vogliono cercare di stanare gli orrori uncinati che vivono nell’antica struttura costruita dai monaci di Sette in quella zona. Inoltre, lì potrebbero facilmente essere presi di mira dagli Asho per farli cadere in trappola.
Giunti nella grande grotta, si incrociano con un enorme Asho dai muscoli flaccidi, e che trascina un sacco di carne marcescente e un lungo palo con un uncino. L’essere cerca di evitarli e raggiunge la poco distante struttura. L’energumeno usa il bastone con l’uncino per issare la carne verso le finestre della struttura e sfamare gli orrori uncinati. Mentre le bestie pasteggiano un folto gruppo di predatori Asho fuoriesce dalla struttura trasportando un prigioniero umanoide avvolto in una grosso panno ed appeso ad un palo. Il malcapitato si dimena, mentre il capo dei predoni parla con l’energumeno.
All’inizio sembra che gli Asho non vogliano avere guai con gli avventurieri, ma Dimmu, che pensa sia un ottima occasione, sputa a terra con stizza al lor passaggio e guarda in cagnesco il loro capo. Il nagash non ha compreso che se loro attaccassero per primi gli Asho la spia Jukkila non potrebbe testimoniare a loro favore!
La situazione tra i due gruppi si fa tesa. Il capo dei predoni manda via l’energumeno e alcuni suoi sottoposti con il prigioniero, dopo aver sussurrato loro alcuni ordini, poi si avvicina ai cercatori con il resto dei suoi e si siede su una pietra a qualche metro da loro. Lo strano ilok ha un aria furba e inquietante, indossa vesti che sembrano provenire da una terra civilizzata, e si accende persino un grosso sigaro mentre si squadra il gruppo. I suoi sottoposti, più selvaggi, lanciano insulti verso i cercatori. Il gruppo di avventurieri capisce che stanno cercano di attaccare briga, ma il furbo capo dei predoni non sembra voler alzare per primo le armi.
I cercatori decidono di non cercare guai e si ritirano nel cunicolo da dove sono giunti tornando a Kolak la grotta centrale.
Vanno nella struttura costruita dai monaci in questa grotta, almeno per riposare un poco. Mentre indagano sulle riproduzioni delle colonne dei laghi presenti nella struttura, scoprono che chi indossa almeno un indumento di Arkhan riesce a manipolare le colonne facendo accendere e spegnere le rune alchemiche su di esse, e, di conseguenza, accendendo e spegnendo quelle sulle vere colonne nei laghi.
Shar spiega agli altri che probabilmente le grotte nella loro interezza, sono un sistema alchemico costruito dai monaci di Sette. Probabilmente essi utilizzavano paramenti che entravano in risonanza con le rune per manipolare il sistema, e le vesti di Arkhan sembrano avere le stesse peculiarità. L’alchimista duhul spiega poi che, probabilmente, accendendo e spegnendo determinate e precise sequenze di rune, si potrebbe portare il sistema alchemico a produrre chissà quali effetti, ma fare prove alla cieca potrebbe essere terribilmente pericoloso!
I cercatori decidono così di cercare di svelare il messaggio contenuto nei fogli di diario donati loro da Abbarok i quali sembrano nascondere una sequenza capace di produrre, tramite il sistema alchemico delle Cisterne, una pozione chiamata il Fluido di Morclar.
Dopo lunghe ore di prove e studio, infine il gruppo riesce a scoprire il messaggio segreto riportato sui fogli, isolando alcune sequenze di rune in esso iscritte. Shar riproduce sulle nove colonne le serie di rune scoperte, e, infine, nel lago centrale si crea un grosso mulinello d’acqua, e da esso si innalza la cisterna nascosta che avevano visto Stein e Doh’Kar’Than.
Il caos scatenato nel lago porta Zarza ad uscire fuori, adirato del fatto che il mulinello gli abbia rovinato parte della tana. Ciononostante la sua curiosità per l’evento va oltre il fastidio che esso gli ha arrecato, e trasporta volentieri i suoi cavalieri fino alla pedana tra le tre colonne dove il grosso calderone e fissato.
Il calderone contiene il semi-liquido azzurro-verde che imprigiona il cadavere di Morclar e che sembra impenetrabile. Sul calderone i cercatori scoprono un messaggio lasciato dai monaci di sette nell’antico dialetto comune, l’Elic: _“Il fedele che conosce il segreto berrà l’elisir dell’immortalità. Il fedele che ignora il segreto berrà l’acido della morte!”_ Facendo qualche prova capiscono che il grosso calderone è fissato ad un congegno che gli permette di inclinarsi solo verso destra o verso sinistra guardandolo da uno dei suoi fianchi. Si rendono conto che inclinando il calderone alla propria sinistra cola sempre la parte azzurra del semi-liquidio, che diventa liquida. Inclinandolo invece alla propria destra esce sempre la parte verde liquefatta.
Capiscono che questa peculiarità del calderone ha a che fare con l’enigma, e Stein suppone che il segreto sia posto nel simbolo della dea Sette, formato da una mezza croce con la parte orizzontale che punta sempre a destra. Decide così di provare a bere il liquido verde, cosa che fanno anche Dimmu e Halsifon. Ciononostante, presi dal dubbio, il bardo e il nagash bevono anche il liquido azzurro, il quale li fà pesantemente vomitare.
Mentre fanno ipotesi su come poter sfruttare quel liquido, e su come poter tirar fuori il cadavere di Morklar da esso, la pedana fa uno scatto verso il basso. Zarza mette allora in chiaro che non tollererà un altro mulinello d’acqua nel suo lago, il quale distruggerebbe la sua tana, e esorta i cercatori a decidersi sul fa farsi.
Doh’Kar’Than decide di non bere, stessa decisione presa da Shar il quale intuisce che la dicitura sul calderone si riferiva agli effetti che esso poteva produrre quando era utilizzato dai monaci di Sette, ma quello che loro hanno prodotto dovrebbe essere questo Fluido di Morclar, e, non conoscendo i suoi effetti, non vuole rischiare.
Il gruppo allora svuota il calderone e prende gli oggetti dal cadavere di Morclar rinvenendo su di esso i guanti di Arkhan (i quali risplendono per la vicinanza degli altri due indumenti), oltre ad una custodia magica che proteggeva un libro di rituali e procedimenti alchemici molto prezioso.
Lasciano la pedana mentre si inabissa, e Zarza li accompagna a riva.
Appena escono dal perimetro delle tre colonne, i tre cercatori che hanno bevuto i liquidi si sentono male, ed iniziano ad emettere luce, fuoco e elettricità da bocca e occhi, svenendo.
Si rifugiano nella balconata di pietra scoperta giorni prima per riposare e capire cosa succede ai loro compagni. Doh’Kar’Than studia i sintomi sugli svenuti, e le sue conoscenze mediche gli rendono chiaro il loro stato fisico:
Stein, il cui corpo è maledetto dall’essenza di Cartic che rinchiude, sembra ancora sconvolta dall’esperienza mortale di qualche giorno prima. Il nimoine capisce che la sventurata creatura potrebbe migliorare il suo stato se sottoposta ad un potente rituale di rimozione di maledizioni. Ciononostante si riprende in breve tempo, manifestando alcuni poteri sovrannaturali donatigli dal Fluido di Morclar.
Halsifon è fiacco per aver donato una scintilla della sua vita all’essere che vive in sua madre, ma il nimoine è sicuro che è un effetto che il tempo può guarire. Con qualche ora di riposo il barshak si rialza senza problemi, manifestando anch’egli dei poteri sovrannaturali di controllo degli elementi donatigli dal Fluido di Morclar.
Dimmu è il più preoccupante. Nonostante abbia ottenuto i poteri del Fluido di Morclar, sembra aver anche contratto una malattia da esso. Per ora ha solo una lieve febbre, ma il nimoine capisce che se non verrà curato al più presto potrebbe divenire permanentemente cieco…

Comments

Nomadion

I'm sorry, but we no longer support this web browser. Please upgrade your browser or install Chrome or Firefox to enjoy the full functionality of this site.